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Gioro

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Reperti del Gioro

Qui siamo alla contra Gioro. I cocci del Timpòne della cappella sono in un appezzamento incolto appartenente a un privato. Su questa altura c’era, certamente una chiesetta, che era pure collegata all’abbazia di santa Veneranda.
In un documento del 1744, dove figura l’arciprete e cantore don Antonio Scillone, si fa capire che la parola Giòro vuol dire San Giorgio.
Il documento parla anche di una grancìa, che significa convento, o abbazia con fattoria. Quindi, abbiamo qualche indizio per ricollegarci alla sovrastante abbazia-fattoria di Sant’Angelo.
Ma su questo aspettiamo una più approfondita indagine scientifica. Torneremo a parlare di san Michele e dell’abbazia di Sant’Angelo.
Ho scritto, quasi in fretta, questi brevi appunti, perché si dovrebbe effettuare un sopralluogo archeologico ed è opportuno preparare un po' l'ambiente che dovremmo visitare.
Queste poche note lei ordinerò in seguito, perché ci vorrei ricavare un articolo per i giornali.
Sono tornato a Piano Senise e dintorni, perché in quel dirupo denominato timpa di Santa Ranùra (ma ci sono altre varianti) forse ci sono state altre grotte.
Inoltre, nella sottostante contrada Gioro (in località Timpone della cappella) ci sono ancora dei cocci di mattoni e pezzi di tegole, che appartenevano, sicuramente a un piccolo eremo (o cappella di San Giorgio - come si può desumere in un documento che citerò altrove).
I cocci del Gioro sono in un appezzamento incolto appartenente a un certo Giuseppe Adduci (Carolìno). Mentre a Piano Senise, il sentiero per raggiungere la grotta si snoda lungo il ciglio della proprietà comunale e non ci sarebbe bisogno di toccare il privato.
Una quota di terreno, proprio nelle prossimità della grotta è del defunto prof. Giovanni Laviola, che negli anni ’60 l’acquistava dalla famiglia Campolongo-Ferraro (particelle 17 e 18).
Altri vicini sono Antonio Rescia, eredi di Rosa Urbano e Pasquale Gatto; in basso c’è la proprietà di Pasquale Golia.
Quei reperti (pezzi di mattoni, tegole ed altro) dovrebbero essere pure recuperati, schedati e
conservati in un luogo sicuro, magari in un magazzin o del Comune di Albidona.
Con i tre giovani, Angelo e Michele Laino, e Lello Altieri abbiamo fatto anche delle riprese con la telecamera.
Credo che siamo ancora agli indizi e alle ipotesi, ma dopo la vostra visita, potremmo avere qualche certezza sul nostro territorio, sugli antichi monasteri del medioevo e soprattutto sulla linea bizantina-longobarda che da Benevento raggiungeva il Tirreno, Cosenza, Cassano, Nocara, Albidona e i paesi della vicina Luicania. Ho letto con molto interesse l’ ultimo saggio che mi ha mandaato il prof. Giuseppe Roma e l’ho aggiunto nell’ultimo aggiornamento della mia ricerca su San Michele e i siti micaelici di Albidona. Vedi Quaderno n.20.

Fonte: Giuseppe Rizzo

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