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I Frati di Albidona

Arte e Cultura > Personaggi Antichi

I quattro venerabili del ‘600:
Alessio, Giacomo, Crisostomo e Angelo


Di questi quattro religiosi di Albidona hanno scritto padre Giovanni Fiore da Cropani (Calabria
illustrata
, Napoli, 1691), Domenico Martire (Calabria sacra, Migliaccio, CS, 1876), Padre
Giocondo Leone da Morano e altri che riprendono tutto dai primi.

Frate Alessio
. Alessio dall’Albidona fu sacerdote, maestro di novizi e padre guardiano dei conventi
di San Francesco. Soggiornò a Bisignano, Luzzi e Rossano. Rimase noto, per la sua
grande umiltà: per mortificare il suo corpo, mangiava anche le cimici. Quando era in
preghiera e durante la celebrazione della messa lo vedevano “lievitare”: il suo corpo si
sollevava dal suolo “per molti palma”. Frate Alessio possedeva pure il dono della
profezia. Per questi doni, veniva visitato da molte persone. Finì in quel di Cassano e,
“caro a Dio e agli uomini”, salì al cielo nel 1615.
Vedi
La Zanzara, n. 3/1991, p.8.

Frate Angiolo
dall’Albidona; visse in convento, da laico. Scrive il Fiore che “di mattina, serviva
messe quanto più ne poteva”; durante la giornata, lavorava per i beni e i bisogni del
convento, assisteva gli infermi. Quando pregava, piangeva con molte lacrime.
Quando stava per morire, nel convento di Cosenza, i confratelli gli volevano
somministrare l’olio santo, ma frate Angelo disse: “aspettate, perché me lo darà il
Padre guardiano”. Il superiore era andato a Lecce e non si sapeva quando tornasse,
ma arrivò in tempo a Cosenza, gli diede l’olio santo, come egli stesso aveva previsto,
e se ne andò nel sonno del Signore, nel 1626.

Fra’ Crisostomo
dall’Albidona; non aveva potuto preparasi nelle lettere umane e divine ma era
sacerdote di grandi virtù. Subì tante sofferenze, perché il diavolo non gli dava pace
con le sue tentazioni. Ma un giorno, gli altri monaci lo videro che rideva e gli
chiesero il perché; fra’ Crisostomo rispose: “non vedete la Beata Vergine, San
Giovanni Battista e il nostro Patriarca San Francesco ?” Poi, il confratello che gli
stava vicino sul letto di morte, lo vide spirare e sentì che “la sua anima salì al cielo
tra una dolcissima melodia, cedre e altri musicali strumenti”.

Fra’ Giacomo
dall’Albidona fu uomo di grande fede e amante della povertà; lo chiamavano “il
Perfetto”. Come predicatore fece sentire la sua voce nei più grandi pulpiti, ma
andava a predicare anche tra gli infimi. Predicava nel coro del suo convento, in
chiesa, nelle piazze pubbliche e nelle case private. Anche fra’ Giacomo celebrava
la messa con molto spargimento di lacrime. Morì nel 1630, a Strongoli, ed era
molto vecchio. Al suo funerale parteciparono il vescovo e il Clero, i nobili, il
principe e la principessa di quella città. “Gli furono strappati i peli della sua barba
sì i capelli del suo capo quali poi operarono non poche meraviglie”.

ELIA ASTORINO - Monaco carmelitano, filosofo, teologo, scienziato, matematico e linguista.
Tommaso Antonio Astorino; il nome Elia lo prese in convento, quando entrò nei Carmelitani.
Alcuni autori calabersi, come Elia D’Amato, Nicola Leoni ePadre F. Russo, lo dicono nato in
Albidona ma non si è d’accordo se Elia Astorino sia nato in questo paese, a Umbriatico, Olivadi,
Campana o Cirò. Vide la luce nel 1651. Giuseppe Vito Galati, nella sua opera
Gli scrittori delle
Calabrie
, presentato da Benedetto Croce, scrive: “Nato in Cirò, non in Albidona, dove il padre,
Diego, medico valente e stimato, si trasferì per esercitare la professione”.
Studiò a Napoli e a Roma. A Cosenza fu incarcerato dal vescovo, perché le sue idee innovatrici non
erano condivise dalla Chiesa. Scarcerato, tornò a Roma e viaggiò dalla Svizzera alla Germania.
Insegnò nelle università di Marburg e Croninga, scrivendo molte opere scientifiche. Nel 1688 si
laureò in medicina con una tesi
De vitali aecomia foetus in utero. I suoi biografi lo definiscono
ingegno poliedrico; Elia Astorino era filosofo, teologo, scienziato, matematico e linguista. Nel 1693
scrisse un’opera riparatoria, intitolata
Apologia del primato del papa e tornò a Cosenza per
insegnare. Fu amico del principe Spinelli; morì a Terranova di Sibari nel 1702.



Fonte G. Rizzo

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