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La grotta di Muléo

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La grotta di Muléo

Rifugio di briganti e del notaio Dramisino Verso Mulèo.

Diario-18 agosto 1981. Giorni fa, avevo chiesto a Vincenzo Ferraro (Viciènze’i Ntuòne) di accompagnarmi alla grotta della timpa di Mulèo, che si trova a apochi passi dalla fiumara Saraceno. E’ proprio sotto la masseria paterna degli “Ntuòni”, ormai abbandonata.
Ci siamo arrivati stamattina. Con la “500”, siamo andati fino all’aia “d’u Chianchière” (Vincenzo Aurelio). Poi, una mezzoretta a piedi, per un’aspra discesa, e siamo giunti nella cosiddetta “timpa di Milègo”. E’ un ripido costone roccioso coperto da lentischi, olivastri e alaterni (u gròmete). Una piantina di questa macchia mediterranea si mantiene ancora verde su di un grosso masso di granito, poggiato come un uovo sulla ripida balza che cade a strapiombo sul Saraceno, che scende dalle montagne di Alessandria e, dopo 24 chilometri sfocia nel mare Jonio, fra Trebisacce e Villapiana. Quell’uovo di pietra sembra mantenersi in piedi, per miracolo.
La “timpa” di Mulèo si prolunga fino alla fiumara, proprio dove hanno costruito, verso gli anni ’70, la piccola diga di sostegno. Di fronte, oltre il Saraceno, è la contrada Scar°no di Plataci. Tra quei folti uliveti si vedono i caseggiati dei vecchi frantoi. A poca distanza dalla “timpa”, guardando a
destra, verso Alessandria, si vedono u Chiàne’u molino, i boschi d’a
Visignana e di Granzini; Cardèo e il “timpòne Catubbo”, che sono vicina al centro abitato di Albidona. A destra della “timpa” c’era un bosco bellissimo. Dice Vincenzo che è stato più volte bruciato ma una volta c’erano lecci maestosi. Qui veniva a fare legna un certo “Cheghe’i Sant” (Michele Lofrano), che viveva in un piccolo podere di queste parti e camminava con le calandrelle: “i chilandrèglie’i Chèghe’i Sant”. Da qui passava pure il tratturo che portava al mulino Chidichimo.
Per la “timpa” di Mulèo è passato anche lo scavo dell’acquedotto del Frida e ha quasi distrutto la grotta.

Nessuno pensava che una potentissima ruspa meccanica arrivasse pure nella “timpa di Mulèo” e che
facesse perdere le tracce di una grotta che racconta ancora leggende di briganti e di latitanti politici.
Quei lavori dell’acquedotto, fatti quasi tutti a braccia, perché lo scavatoio non poteva andare in quel
precipizio, hanno coperto la grotta con creta e pietre. L’ingresso è quasi scomparso. Ma con
Vincenzo riusciamo pure a intravedere l’interno, che ha la grandezza e la forma di una stanza
rettangolare. E’ piena di terriccio e pietrisco. Sotto la grotta ci sono una pianta di ginepro e altre di
lentisco.

Rifugio di briganti e notai. Si racconta che questa cavità sia stata rifugio dei briganti del periodo murattiano e anche tra il 1850-65. E’ certo che qui si nascondevano anche il notaio Pasquale Dramisino e altri rivoltosi politici del 1848 albidonese. Il Dramisino, braccato dalle guardie e dalle spie di don Nicolantonio Chididchimo (capitano della Guardia nazionale), di giorno dimorava nella grotta ma stava sempre all’erta. Invece, durante la notte andava a riposarsi nelle masserie delle sue due sorelle: una aveva sposato Pasquale Gatto (Marmotta) e l’altra Antuono Lizzano (antenato di Vincenzo Ferraro). Raccontano che quel “Chèghe’i sant” vi abbia rinvenuto uno stivale pieno di monete, ma per non scoprire il tesoro lasciato dai briganti, continuava a portare le calandrelle.
Quando risaliamo verso il largo, ci fermiamo sul poggio roccioso della “timpa di Mulèo”: Vincenzo e sua moglie Laura mi fanno conoscere storie affascinanti:
Qui è sepolto Castellano. “Mia nonna raccontava che in questo posto, sempre esposto al sole e
dove scolavano le acque piovane, volle essere sepolto un certo Castellano, antico proprietario della
masseria Ntuòno di Mulèo. Gli antenati di mia nonna, per comprare questa masseria, fecero tanti
sacrifici. Avevano il forno e vendevano il pane; lo vendevano a rotoli; con il ricavato, acquistarono
queste terre. Mia nonna, ormai vecchia, a noi nipoti soleva dire così: quanti rotoli di pane hanno
dovuto vendere i miei avi, per comprare questa masseria ! Però Castellano chiese di restare nella
sua terra, e prima di morire, restituì i soldi che aveva preso dagli antenati. Chiese soltanto di essere
sepolto qui, proprio sulla timpa di Mulèo. Così è stato fatto: Castellano venne sepolto su questo
piccolo poggio. Le sue ossa vennero fuori quando la lama della ruspa incominciò a tracciare il fosso dell’acquedotto”.

Zi’ Marigarìta. Da questa altura diamo l’ultimo sguardo alla fiumara, ormai a secco. Una volta, le piene del Saraceno erano travolgenti e furiose. Ecco Piano del mulino: qui erano i mulini ac acqua, uno dei quali funzionò fino agli anni ’50; c’era anche la macchina per cardare la lana, con la quale si ricavavano i vestiti di pannetto.

Salendo, per fare ritorno in paese, volevamo andare a visitare, a pochi passi dalla masseria Ntuòno, la vecchia zi’ Marigarìta’a brèsc. Margherita Polimeno ha 96 anni, sta sempre nella masseria di suo figlio Michele Lizzano (Michèghe’u brèesc).
Pensando di recarle disturbo, non ci siamo andati, ma l’abbiamo guardata da lontano; stava al fresco, dinanzi alla porta della masseria, dove il vedovo Leonardo “u Vammàno” se l’era portata da Plataci. Credo che zi’ Marigarìta’a brèsc arriverà a 100 anni. Suo figlio Michele dice che “sta bene, mangia quanto le basta, beve mezzo bicchiere di vino e ha sempre lavorato” in quella piccola ma redditizia masseria di Mulèo.

A piòca’i Ripettièll. Mentre saliamo verso la “500”, Laura mi parla di quel lunghissimo e robusto tronco di pino, riverso vicino all’aia di Mulèo; é ormai fradicio: “questa è la famosa piòca’i Ripettièll; la sua cima si vedeva dal paese; era sempre stracarica di picurùcce (le pignole) che sembravano trecce di capelli di una bella donna. Una giovane del paese amava ornarsi il capo con le sue belle trecce, veniva scherzosamente chiamata ... a piòca’i Ripettièll”. Quanti fatti racchiude la storia di questo paese ! (18.8.1981).

Fonte: Giuseppe Rizzo

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