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Origini

Storia e Tradizioni

Cenni storici di Albidona

di
Giuseppe Rizzo

Premessa



Naturalmente, i libri non si leggono soltanto; né si deve prendere per oro colato tutto ciò che scrivono gli altri. I libri, specie se fanno storia, si devono confrontare anche con le conoscenze del lettore più attento e della critica più imparziale. E’ pure da bandire il campanilismo del “paese più bello”.



Io vi cito soltanto alcune fonti dove si parla di Albidona, e voglio segnalare anche alcuni errori riscontrati. Il Barrio, il Marafioti e il Fiore, che scrissero tra il ‘500 e il ‘600, nonché l’ultimo Valente dei giorni nostri, sono copiati ancora a piene mani.

Un autore straniero, tale Theobald Fischer, pensa che Albidona sia un paese italo-albanese. Nel suo libro La penisola italiana: saggio di corografia scientifica; Unione Tipografico-editrice, 1902; pagina 296, scrive testualmente:

“Tutti i paesi, specialmente le colonie albanesi di Albidona, Castroregio, ...”.

In una recente pubblicazione sui paesi della Calabria, che è quasi una ripetizione del Dizionario dei luoghi della Calabria di Gustavo Valente (1973), effettuata dal Quotidiano della Calabria si riscontrano molte copiature e numerosi errori storici.

Quindi, è inutile fare queste pubblicazioni improvvisate, o proposte soltanto per scopi commerciali.

Albidona nell’Enciclopedia di Diderot

Ora, voglio presentare alcune curiosità: la voce Albidona figura anche in una enciclopedia francese, elaborata, nientepocodimeno che da Diderot e D’Alembert. A pagina 247 dell’ ENCYCLOPEDIE OU DICTIONNAIRE RAISONNE’ DES SCIENCES, DES ARTS ET DES METIERS PAR UNE SOCIETE’ De GENS DE LETTRES, ..par M. Diderot em. D’Alembert – Tome Second-A Berne et a Lausanne, chez les Socioetes Typographiques – M.DCC.LXXXI si legge:

ALVIDONA au AVIDONA. « ..petite ville d’Italie, an royame de Naples, dans la Calabre citérieure ; elle est sur une petite riviere qui se jette dans le golfe de Tarante, et au nord de Cassano. Loug. 40-40 ; lat. 40.15. (C.A.)

Albidona figura anche in un titolo in lingua tedesca-austriaca: una giovane di Vienna, Iris Ebner, tra il 2007 e 2008, ha effettuato una ricerca sul campo, intorno alla musica etnica in Calabria. La Ebner si è fermata soprattutto in Albidona e in Alessandria del Carretto. Questa ricerca le è servita come tesi di laurea, e conseguimento del “Diplomarbert per Magistra der Philosophie” presso l’università di Vienna, per l’anno accademico 2009. La tesi porta questo titolo: “Der Klang der ‘Ziege’. Lebenserzahlungen und populare Musikpraxis in einem Bergdorf Nordkalabriens”.


La leggenda di Calcante


I profughi troiani e Leutarnia. Quando si parla di un paese bisogna nettamente separare la leggenda dalla storia.

Anche Albidona ha la sua suggestiva leggenda che si richiama, nientedimeno, alla guerra di Troia. Alcuni profughi greci, dopo la distruzione della città di Priamo, avvenuta tra il 1334 e il 1136 avanti Cristo, si sarebbero dispersi, come Ulisse, per tutto il Mediterraneo, fondando città e paesi.

Stando a questa leggenda, e anche al poeta del III secolo a C, Licofrone (autore di Alessandria-o Cassandra) e allo storico e geografico Strabòne, morto nel 19 dC, quei profughi, tra i quali si trovava anche l’indovino Calcante, sarebbero approdati sulla costa jonica. Poi, salendo verso i monti, avrebbero fondato Leutarnia, successivamente chiamata Montedoro e infine Alvidona, Levidònia e Albidona. Ma il nome di Leutarnia lo rivendicano, campanilisticamente, anche altri paesi del nostro circondario.

Il manoscritto di Nocara. Un signore di Nocara consentì al prof. Giovanni Laviola di farsi una copia del manoscritto originale. L’avrebbe scritto agli inizi del ‘900 il sacerdote Battifarano, di questi dintorni. Tra i suoi appunti si trovano alcuni accenni su vari paesi dell’Alto Jonio. Per il nostro paese leggiamo questo: “accanto al portale della chiesa di Albidona c’era una lapide dedicata all’indovino Calcante, fondatore dell’antica Leutarnia”. Si tratta di una invenzione o di una tradizione che si è persa negli anni ?

I documenti storici

Le pergamene del XII secolo


Questa è la leggenda. Invece, la storia di Albidona inizia con alcuni documenti scritti che risalgono al 1106 e 1110. Si tratta di un paio di pergamene redatte in greco, forse da quei pazienti monaci delle nostre antiche abbazie, forse del Càfaro o di Santa Veneranda. Si trovano nell’abbazia di Cava dei Tirreni; ora si possono leggere nel Syllabus graecarum membranarum, del Trinchera, pubblicato nel 1939.

Nel lontano medioevo i nostri monasteri del Càfaro e di Sant’Angelo o Santa Veneranda al Piano Senise erano collegati all’abbazia madre di Cava.

Ma come attestano il Trinchera, il Barillaro e il Russo, che sono i maggiori esperti della nostra storia calabra, ci sono altre pergamene che parlano di Alvidona e Albidonas.

La tavoletta della chiesa del Convento. Verso l’anno 1957, il parroco don Domenico Di Vasto fece restaurare il tetto della chiesa di Sant’Antonio, ex monastero dei Minori osservanti. Il muratore vi rinvenne una tavoletta rettangolare di legno, larga circa 30 cm e alta 45. Vi erano incise queste parole in latino:

OC TECTU MASSENTIUS De RAO f.f. p.SUA DEVO - 1070 . Questa è una data che fa discutere: Il parroco Di Vasto, che era di Castrovillari, non ne sapeva molto ma ha mostrato subito i suoi dubbi. Infatti, la Chiesa del Convento, pur essendo stata costruita nell’antico sito di un tempio pagano e poi, sui ruderi di un’ abbazia medioevale (Santa Maria delle grazie), solo nel 1600 risulta annessa al monastero dei francescani. E quel Massenzio Rago, i cui discendenti ci sono ancora oggi, risulta presente tra il 1600 e 1700.

Questo reperto ligneo si richiama al convento del ‘600, quindi, tutto è possibile che l’incisore della tavoletta, invece di scrivere 1670, abbia fatto 1070, ... mettendo uno zero al posto del 6.

Purtroppo, questa tavoletta è stata inspiegabilmente smarrita verso il 1988.


Le varie dominazioni feudali


Abbiamo scarne notizie dai Longobardi al periodo Normanno, con Guglielmo d’Albidona -1016 -1199, al duca di Campochiaro, decaduto con le leggi eversive della feudalità del decennio francese, ma su questo si possono consultare i Registri Angioini:

Registro della cancelleria di Luigi III d’Angiò per il ducato di Calabria 1421-1434, Ms. 768 della Biblioteca Mejanes di Aix in Provenza, Regesti dei documenti a cura di Isabella Orefice, introduzione di Ernesto Pontieri, Archivio Storico per la Calabria e la Lucania.

Si veda anche Pellicanò Castagna, nostri appunti d’archivio e la tesi di laurea di Lucrezia Bloisi.

Nelle Rationes decimarum... (Arch. Vaticano 1039) di Domenico Vendola troviamo altre reminescenze longobarde e siamo ancora nel periodo delle prime signorie feudali: nel 1325 la chiesa di Albidona era già ntitolata a San Michele Arcangelo (protettore dei Longobardi). Vi figurano i presbiteri Guillelmo Spallectino, Antonio e Guillelmo de Zura. Quindi la nostra chiesa non è seicentesca, come scrive il Barillaro, che si è basato solo sulle statue e sugli affreschi, che sono effettivamente de‘600.

Alcune fonti archeologiche. Sono fonti storiche anche le “pietre” e i “mattoni”. Anche Albidona ha la sua archeologia: il prof. Piero Givigliano ha schedato alcuni cocci del rione Convento. Ma sono venuti fuori, e subito dispersi, anche altri reperti di alcuni anni fa, vicino il cimitero. Il prof. Roma, che per i siti micealici ha scritto molto, ha parlato di Nocara e di altri paesi calabro-lucani, lungo la vecchia linea di confine tar Bizantini e Longobardi. L’anno scorso ha visto anche i cocci del Gioro. Le grotte di Piano Senise erano sulla linea tra Bizantini e Longobardi.

Il medico scrittore di Amendolara Vincenzo Laviola ha parlato anche di reperti rinvenuti da alcuni contadini albidonesi della contrada Serra Palazzo. Nel libro di Giovanni Troiano e di Antonio Paladino viene definita “zona archeologica”.

Dopo il 1600

Il notaio Pinelli, del ‘600, ma anche altri suoi colleghi di Oriolo citano Albidona. Nei loro atti, che risalgono al 1600-700, sono menzionati i sacerdoti e le famiglie più in vista del tempo.

Il Castello e il manoscritto di Montecassino.E’ un testo quasi mai citato dagli storici più accreditati; è conservato nell’Archivio dell’abbazia benedettina di Montecassino. In esso troviamo una precisa e importante notizia sul castello di Albidona: nel 1648 le truppe spagnole, guidate da don Francesco Capecelatro, dopo avere sottomesso il castello di Oriolo, assaltano anche quello di Albidona, perché il feudatario Castrocucco si era ribellato a Filippo di Spagna. Il manoscritto fu pubblicato nel 1854 e si intitola: Diario dei tumulti del popolo napolitano contro i ministri del re e la nobiltà di essi. L’aveva scritto lo stesso Capecelatro.

Il Catasto onciario del 1743. Vi si trovano gli stessi casati del notaio Pinelli ma ci sono anche i nuclei familiari del 1700, le chiese e le cappelle, le ripartizioni del paese in quartieri di San Nicola, Convento, Piazza.

La Platea della diocesi di Cassano (del 1500) e la Platea della chiesa di San Michele (del 1740). Sono fonti da consultare da parte dei ricercatori e anche dagli amanti della storia locale: ci sono notizie delle nostre chiese che comprendono due secoli: 1500-1700.

Tra il ‘600 e ‘700 è vissuto anche Elia Astorino. Ora, che le notizie si possono ricavare da Internet, fanno tutti la scoperta di questo monaco carmelitano, filosofo, matematico e scienziato. Ma i “campanilisti” lo dicono tutti di Albidona, perché copiano le cose scritte da altri. Elia Astorino non è nato in Albidona, ma è vero che il madre esercitò la professione di medico nel nostro paese.

Nel manoscritto di Giorgio Toscano, che risale al 600, ed è stato trascritto e pubblicato dalla prof. Pina Basile, è citata pure Albidona, per una vertenza di confini comunali con i paesi vicini.

Sono fonti di notizie storiche anche i Registri parrocchiali e quelli comunali. Dei libri parrocchiali abbiamo solo qualche traccia di quelli del 1700, purtroppo, i preti se li portavano a casa e sono stati persi per sempre.

1800 - 1900


Per il 1800 albidonese ci sono notizie sui fatti del 1848, sull’Unità d’Italia, sul brigantaggio e sull’emigrazione, sui Chidichimo e altre famiglie benestanti, sui sindaci post-unitari, sui due grandi conflitti mondiali, sull’epidemia della “spagnola” e sul fascismo.

Si possono citare altri libri e documenti, ma vale consultare anche i Registri dello Stato civile del Comune, i cui doppioni si trovano anche all’Archivio di Stato di Cosenza: vi sono descritte le famiglie albidonesi, dal 1809 ad oggi.

La dedica sulla lapide marmorea del deputato Luigi Chidichimo, a dire del prof. Giovanni Laviola, l’avrebbe scritta il letterato cosentino Bonaventura Zumbini, suo coetaneo e amico.

Altri errori si possono riscontrare sulle lapidi del monumento ai Caduti. A proposito, si può consultare il Quaderno n. 6 dell’Altra cultura.

Costituiscono fonti di notizie storiche e delle nostre tradizioni popolari anche le tesi di laurea fatte dai nostri giovani: Piero De Vita (i canti popolari), Titti Gioia (le feste patronali), Gaetano Costenaro (brigantaggio), Maria Pina Rago (la festa di Sant’Antonio), Pasquale Golia (il cibo e gli emigranti). Lucrezia e Rocco Bloisi (su Albidona), Sandro Arvia, Angelo Laino e anche una ricercatrice dell’Austria, la già citata Iris Ebner (sui nostri canti popolari); un giovane di Terranova da Sibari si è occupato dei riti mortuari e dei lamenti funebri. Invece Matteo Rescia e Vittoria Aurelio hanno fatto una ricerca, per esami universitari, sulla
Torre di Albidona. Ma anche su questa torre le notizie vanno attentamente valutate.

La Cooperativa Futura di Trebisacce aveva fatto degli interessanti elaborati sul centro storico di Albidona e sul suo territorio. Bisogna recuperare anche questo materiale.

Note:
Questi pochi appunti, per Albidona di ieri. Invece, per Albidona di oggi, oltre al vasto archivio fotografico, le fonti scritte sono più ricche e documentate.





Si ringrazia il Prof. Giuseppe Rizzo per collaborazione e per aver messo a disposizioni di tutti
le sue ricerche sullla nostra amata Albidona.

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