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Tra Storie e Leggende

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SAN MICHELE TRA STORIE E LEGGENDE


“Lucifero, quando fu colpito mortalmente da San Michele, gettò un grido così
forte che si sentì in tutto il mondo”
“San Michele tiene la bilancia in una mano, per pesare i peccati e le buone azioni che facciamo;
nell’altra mano tiene la spada, per lottare contro il maligno.
San Michele era un guerriero forte e valoroso ma dovette affrontare una difficile e lunga battaglia
per vincere Lucifero, che era pure forte. Era una giornata di sole e lottarono fino alla sera, in un’altura che somigliava ai monti del Piano Senise del nostro paese. Lucifero lottò e si difese come un dannato ma prima di tramontare il sole, san Michele riuscì a metterlo sotto i piedi e lo colpì mortalmente con la spada. Il diavolo gettò un grido così forte che si sentì in tutto il mondo, e poi morì”. (
da Giovanni Rizzo)

Nota. “Il luogo dove si lottarono San Michele e il diavolo era un’altura che somigliava al nostro Piano Senise”: e questo non è collegato al sito micaelico delle grotte del nostro Piano Senise ? In Calabria, il luogo dello scontro viene fantasticamente localizzato sull’’Aspromonte.

L’ulivo di San Michele

In una striscia di terreno, a destra della vecchia masseria di contrada San Dòdaro, in possesso dei Chidichimo, fino agli anni 50, c’era un mastodontico e ultrasecolare ulivo che qualche devoto aveva fatto donazione al santo protettore di Albidona. “oggi , - ci dice Michele Rago, attuale possessore di quel terreno – il vecchio tronco non c’è più, ma un suo virgulto è diventato pure grande ulivo e lo chiamano ancora l’ulivo di San Michele”.
Mio nonno Michele Rizzo mi raccontava un altro fatto memorabile:
“In un mese di giugno di fine del 1800, un gruppo di uomini e donne mietevano il grano con Chidichimo; sopraggiunse un forte temporale e una donna della compagnia si rivolse agli altri mietitori e disse: andiamo a ripararci sotto l’ulivo di San Michele che ci proteggerà dai fulmini. Uno dei mietitori non volle andare sotto l’ulivo di San Michele ma sotto un altro albero. Cadde un lampo e uccise quel mietitore”.




“La statua di san Michele fu ricavata da un grosso tronco di ulivo”

Molti vecchi del paese davano quasi tutti la stessa versione di questo fatto: “La statua di San Michele è stata scolpita qui, in Albidona. L’artista venne fatto venire da fuori e volle un grosso tronco di ulivo. Un ricco devoto del paese fece tagliare un ulivo di sua proprietà e lo consegnò all’artista. Costui si fece portare il tronco in un piccolo magazzino (u davàsc) di Piano taverna, a destra del portone del palazzo Dramisino. Incominciò subito a lavorare, e dopo circa un anno, portò a compimento la statua; però quando la dovevano portare fuori, la statua era più alta della porta del magazzino e dovettero demolire la parte superiore dell’ingresso. Tutti ammirarono la straordinaria fattura della statua. Lo stesso artista si accorse che san Michele era bellissimo, ma quando guardò Lucifero, che già luccicava al sole, ne rimase sconvolto e stramazzò per terra. Finalmente, la grande statua venne trasportata con solenne processione nella Chiesa madre, intitolata proprio a san Michele Arcangelo”.

(dal nonno Michele Rizzo)

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La spada d’argento del 1889

La festa di San Michele del 1889 fu la più “ricordante”. Qualche settimana prima dell’8 maggio di quell’anno il medico don Angiolo Dramisino giunse da Napoli e portò la nuova spada d’argento fatta costruire in quella città.
In una ricevuta conservata in casa Dramisino si legge:

Napoli Al Sig. Angelo Dramisino – dare una spada
d’argento di carati 12, col pomo d’oro, e fregiata di zecchini.
Fratelli Galletta, Fabbricanti di bisciutteria e gioielleria con
specialità in anelli con perle. Vico di Mezzo agli orefici n.ri
13-14 –Napoli
”.

In quel giorno la gente ricordava un altro fatto di qualche secolo prima, quando la duchessa di Campochiaro riempì due tomoli di ducati di bronzo per fondere, pure a Napoli, le campane di San Michele.




E i briganti “stonarono” le campane, a colpi di fucile

“Le campane della chiesa di San Michele non suonavano soltanto per annunciare le feste piùsolenni, ma suonavano tre-quattro volte al giorno, per segnare le ore più importanti: nella prima mattina, il sagrestano saliva sul campanile e suonava la matutìna; verso le ore 12 squillava il mezzogiorno (u menz-iùrn), nel tardo pomeriggio si sentiva il vespro ( a vèspere), e dopo il tramonto del sole, c’era l’avemaria (a vimmarìa). Quando moriva qualcuno, suonava la disperàta; ma se moriva un bambino, si suonava a glòria.
Le campane di San Michele venivano suonate anche quando si verificavano grossi pericoli,come
un incendio e altri disturbi che potevano capitare. Le suonavano anche quando si diceva che girava il
lupo mannàro e la gente si chiudeva dentro le case. Nel 1908, in una via del rione San Salvatore accadde un orrendo omicidio e le nostre campane suonarono a stormo. Raccontano che le campane venivano suonate anche quando le navi dei pirati saraceni comparivano nel mare, sotto la torre di Albidona.

Ma il fatto più memorabile fu quello dei briganti: il prete del paese faceva suonare le campane, ogni volta che le bande di Pagnotta e di Carmine Antonio scendevano dal Pollino per saccheggiare le case.
Il prete e la gente guardavano dal
timpòne Castello; i briganti, tutti vestiti di nero, col fucile
sulle spalle e in sella di neri cavalli scendevano per la
timpa Piedascàla. Uno del paese saliva subito sul campanile e avvisava i compaesani con una forte suonata.
Ma i briganti, che diventavano anche feroci, si vendicarono. Ritornarono in paese, spararono colpi di fucile contro le due campane della nostra chiesa e “stonarono” le campane. Poi, andarono a trovare il prete, lo portarono legato fino a Serra del Manganile, gli fecero scavare una fossa tra due grandi querce, lo uccisero a fucilate e lo seppellirono. Da quel crudele episodio brigantesco, la gente parla ancora “d’i cerz d’u Minganìle”.

(da mio nonno Michele Rizzo)


Note. Le bande del primo brigantaggio (fine 1700-inizio dell’800) giunsero diverse volte in Albidona, saccheggiarono e incendiarono alcune case di benestanti. Uccisero uno dei Rago e un altro dei Cordasco. Quindi, le campane non svolgevano soltanto la funzione religiosa per la chiesa ma servivano per dare l’allarme in casi di pericolo.


L’8 maggio del 1930 la festa di San Michele finì a coltellate


“Alla festa di San Michele venivano anche i forestieri dei paesi vicini. Se la facevano quasi tutti a piedi, o a cavallo degli asini. Giungevano da Trebisacce, Alessandria, Amendolara, Castroregio e Plataci. Venivano per ammirare la statua di San Michele, che più di noi albidonesi, dicevano che era molto bella. Parecchi si commuovevano e qualcuno piangeva pure dinanzi alla grande statua di legno. C’era tanta gente disperata, da queste nostre parti e si consolavano dinanzi al nostro san Michele. Piacevano i fuochi d’artificio, le suonate della banda musicale, le zampogne, l’organetto, la lunga processione, l’incanto e anche le canzoncine delle donne. Le donne di Plataci vestivano in costume albanese, seguivano la processione con tanta riverenza e cantavano pure delle loro canzoncine nna brescìgn, cioè nella loro lingua di Plataci. Invece, una parte degli uomini di questo paese, forse per un bicchiere di vino in più che bevevano nella cantina del Cardalàno, e anche perché qualcuno di essi era interessato a corteggiare una bella giovane del nostro paese, quella volta fece accadere una rissa, che purtroppo finì a coltellate. Un certo Giuseppe Napoli, meglio conosciuto col soprannome di “Sceppe’i Singinèll”, era un giovane forte e riuscì a battersi contro due o tre platacesi, ma uno di essi lo colpì con una coltellata alle spalle e non avendo chiesto l’intervento del medico, morì dopo qualche notte dalla rissa con i platacesi”.

(da zio Francesco Rizzo)

Quando a San Michele rubarono la spada
“Era la sera della vigilia della festa: il 7 maggio1930 o ’31; il sagrestano Pasquale chiuse la porta della Chiesa madre e si ritirò a casa. La mattina dopo, quando il parroco don Saverio Laurita andò a celebrare la messa, si accorse che la chiesa era stata saccheggiata. Mancavano oggetti d’oro alla Madonna del rosario e anche la spada d’argento di san Michele. La notizia si sparse subito, per tutto il paese e la gente accorse in chiesa piangendo.
Erano tempi di miseria e di fame; la gente rubava non solo farina, pane, formaggio e salame, per sfamarsi, ma anche oggetti d’oro.
Furono avvisati i Carabinieri di Trebisacce, i quali si misero subito in cerca dei ladri, ma non si
scopriva niente.
Una notte, san Michele apparve in sogno a una donna del paese e le disse: “vai nel vicino paese di Amendolara, perché nella casa di Tizio, ... san Michele fece proprio il nome di chi abitava in quella casa, e troverai ciò che m’hanno levato da queste mani”.
La cosa che gli avevano levata dalla mano era la bella spada d’argento. Quella donna andò a
raccontare il sogno a don Saverio: Don Saverio andò dai Carabinieri e i carabinieri partirono subito per Amendolara. Bussarono alla porta dell’uomo sospettato, entrarono e si accorsero che in una parte del muro c’era il cemento fresco. Presero un martello, diedero un colpo sul cemento e videro la spada di san Michele spezzata in due parti. Il ladro fu subito arrestato, il quale rivelò anche i nomi di un altro suo complice e fu arrestato anche questi.
La spada la portarono in Albidona e la restituirono al parroco don Saverio, il quale la portò a un esperto artigiano, che saldò i due pezzi e la fece diventare nuova e bella come era prima.
Poi, in una memorabile giornata, la statua di san Michele fu portata dinanzi alla porta della Chiesa e la folla aspettava tutta commossa. Don Saverio si mise accanto al Santo, prese la spada fra le mani e gridò: “O glorioso san Michele Arcangelo, i ladri te l’hanno rubata, e io la riconsegno tra le tue mani !”

Un documento sul furto sacrilego del 1931
(
Arch. Comunale Alessandria del Carretto)
Commissario Prefettizio del Comune di Albidona Per un giusto plauso ai militi della Benemerita Arma


L’anno 1931, addì venti del mese di giugno, nel Comune di Albidona il Sig. Cav. Angelo Manfredi commissario prefettizio per la temporanea amministrazione del Comune suddetto e nel concorso del Segretario comunale Sig. Vincenzo Angiò, ha deliberato sul seguente
OGGETTO: Per un giusto plauso ai militi della Benemerita Arma, ritenuto che in seguito al furto, ultimamente patito da questa Parrocchia di vari oggetti preziosi, che oltre a rappresentare un rilevante valore intrinsico rappresentavano un valore tradizionale-storico di questa popolazione, il Maresciallo dei Reali Carabinieri Comandante la Stazione di Trebisacce signor STRONGOLI Giuseppe validamente coadiuvato dall’appuntato IOCCO Domenico, e dai Carabinieri Tauriello Michele, Stamerra Angelo e De Stefanis Fortunato, dopo faticose e pazienti indagini di varie settimane, riusciva a recuperare la refurtiva fuori della propria circoscrizione, scoprendone ancora dell’altra per un valore di lire 60000.
Considerato che una vera associazione di delinquenti, da tempo operava in tutto il Circondario, con viva e giusta preoccupazione delle popolazioni stante i continui furti che in maniera diabolica venivano perpetrati;
Considerato che se tali delinquenti oggi sono stati tutti assicurati alla Giustizia devesi al sullodato funzionario, grazie alal paziente, minuziosa e faticosa indagine condotta nei diversi paesi;
Considerato che è doveroso segnalare alle Superiori Autorità, per quel meritato plauso, quei funzionari che non conoscendo sacrifici e con vero spirito di abnegazione esplicano la più scrupolosa attività a solo scopo di rispondere al mandato loro demandato.
Inteso il plauso generale di questa cittadinanza

DELIBERA

di portare, per come porta a conoscenza di S. E. il Prefetto della Provincia, nonché alle Superiori
Autorità Gerarchiche della Benemerita, la brillanta operazione svolta dal maresciallo sig. Strongoli

Giuseppe, coadiuvato dall’appuntato Iocco Domenico e dai Carabinieri Tauriello Michele, Stamerra Angelo e De Stefanis Fortunato, per il recupero della preziosa refurtiva a danno di questa Parrocchia, e di avere nello stesso tempo assicurato alla Giustizia la vasta associazione di delinquenza che da tempo infestava queste regioni con viva preoccupazione di tutti i cittadini.
Far voti, per come li fa alle Superiori Autorità di tenere presente la brillante operazione di servizio compiuta con slancio ammirevolissimo dai suddetti militari per incitarli vieppiù a compiere nuove nobili azioni per il bene del re, del Duce, della Patria.
Il Commissario Prefettizio Angelo Manfredi, il Segretario comunale Angiò rag. Vincenzo.
La presente deliberazione è stata pubblicata all’Albo Pretorio di questo Comune il giorno festivo di Domenica 21 Giugno e contro la stessa non è stata prodotta opposizione. Per copia conforme ad uso amministrativo, Albidona, lì 23 Giugno 1931 – Anno IX.

Nota. Stranamente, questo documento, invece di essere conservato nell’Archivio comunale di Albidona, è stato casualmente trovato nel Comune di Alessandria del Carretto. Fortuna che sia venuto alla luce ! Esso conferma ciò che racconta la gente di Albidona: la notte tra il 7 e l’8 maggio 1931 non fu rubata soltanto la spada di San Michele ma anche gli orecchini della Madonna del rosario ed altri oggetti sacri appartenenti alla stessa parrocchia.

Fonte: Giuseppe RIZZO




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